Editoriale di Audion numero 15
di Stefano Bevacqua
Vinca il migliore

Aiuto! Aiuto! C'è la crisi. Non si vende più nulla, nemmeno una resistenza, nemmeno un ampli a stato solido superscontato. Ma che bella scoperta. Quella della crisi, dico. Una novità sensazionale, da prima pagina. Che, se non c'era il mondo dell'hi-fi, a scoprirla, nemmeno il ministro Ciampi se ne accorgeva. Tutti si rotolano così nel lamento, importatori, distributori, negozianti, costruttori piccoli e grandi. Eccoli, con la fronte aggrottata e, nel fondo dello sguardo, un che di stoico, come di colui che con rassegnazione, accetta il suplizio ma che porta in sé la convinzione di essere un giusto.
Beh, è ora di dirlo, ve la siete meritata. E per una tale sfilza di motivi, che un editorialino di "Audion" non basterebbe. Proviamo ad elencarli.
1. Quando nel 1992 la lira veniva svalutata del 24 per cento in tre giorni, uscendo dallo Sme, e il Presidente del Consiglio Giuliano Amato organizzava una "manovrina" da 90 mila miliardi, importatori, distributori, negozianti e costruttori hanno fatto una cosa soltanto, hanno detto: "Speriamo che me la cavo".
2. Invece di riorganizzarsi, tutto il settore è andato avanti in maniera ancora più anarchica di prima, senza economie di scala, senza buon senso, giocando a chi importava di più, ma mai a chi importava di meglio.
3. Provate a immaginare quanto si guadagnava nell' hi - fi prima del 1992. Gli orefici, in confronto, erano pezzenti da strada. Viaggiavano ricarichi del 50-60 per centò come se niente fosse. Un prodotto, comprato negli Usa a 100, veniva rivenduto al pubblico a 200 più Iva. Il problema, allora, non era di vendere meglio, ma di pretendere che la gente continuasse a fondere i propri portafogli, alleggeriti da Amato, prima, da Ciampi, poi, senza battere ciglio.
4. Quasi nessuno ("Audion" è un esempio controcorrente: una mosca bianca) ha investito in qualità. Quasi tutti si sono limitati a tirare avanti sperando che passasse. Ma non passerà, perché non solo c'è ancora un poco di crisi, nell'aria, ma soprattutto è la gente che si è fatta meno fessa, più attenta e scrupolosa e che non si fa piùspillare lO milioni per un "coso" made in Usa che dentro contiene si e no una milionata di componenti da supermercato dell' elettronica.
5. Molti, invece, hanno investito i soldi degli altri. Facciamo un esempio (si dice il peccato, non il peccatore). Immaginiamo di voler costruire un apparecchio di qualità molto elevata ricorrendo ad alcuni blasonatissimi componenti giapponesi. Ci rivolgiamo all'importatore che dice di non avere quanto richiesto in magazzino, "peccato perchého mandato via un fax d'ordine proprio ieri, dovrà pazientare un paio di settimane". Invece si pazientano due mesi, il materiale arriva, ma mica tutto, soltanto metà. E l'altra metà? "E' colpa dei giapponesi che non me l'hanno mandata, forse a fine mese". Riprende la paziente attesa. E si radica una convinzione: quel signore non è un importatore e tanto meno un importatore serio, come lui pretende, ma un semplice postino. Lui non investe una lira, non fa come qualsiasi buon salumiere, che compra prosciutti e formaggi prima di venderli. Lui compra soltanto quello che è sicuro di vendere. E a quel punto il suo, però, non è più un giustificato ricarico commerciale, ma una semplice mancia.
Qualche conclusione, ora. Primo: certo, tenere magazzino costa, ma si chiama rischio d'impresa e se nessuno lo corre resteremo tutti fermi al palo. Secondo: la qualità è una cosa seria; l'alta fedeltà non è come la crescenza; serve più competenza e più Dnestà intellettuale. Terzo: quando c'è la crisi, occorre investire, in qualità, innovazione, comunicazione, pubblicità; chi si ferma è perduto. Quarto: è anche inutile fare i "saldi" cercando di sbolognare la roba senza andare troppo per il sottile, perché la gente non è fessa. Quinto: vinca il migliore.