Editoriale
di Audion numero 11
di
Stefano Bevacqua
Stagnazione economica
Il nostro paese sta attraversando
un lungo periodo di stagnazione economica. Nulla di più normale, dunque,
che anche il piccolo mercato dell'autocostruzione ne risenta. Non siamo ricaduti
nel grigiore degli anni Settanta, quando il massimo era rappresentato da qualche
kit a stato solido, ma certo, dopo le fiammate dei primi anni Novanta, sembrerebbe
quasi che la passione che muove gli autocostruttori si sia appannata. Forse
è colpa del fatto che l'offerta ha preso a crescere più veloce
della domanda: nel 1990 per scovare una buona resistenza ad impasto di carbone
bisognava girare l'Italia, e" magari non si trovava nulla; oggi i condensatori
in carta e olio li tengono anche dal tabaccaio sotto casa. Sta di fatto che
nuove iniziative commerciali e/o artigianali sono sorte ad un ritmo frenetico,
salvo poi non riuscire a raggiungere il "punto di pareggio" e abbandonando
quindi il settore.
Ad incidere negativamente è stato anche un certo diffuso atteggiamento
che ha confuso 1'autocostruzione con l'artigianato, non necessariamente
di qualità. Alcuni autocostruttori sono diventati veri e propri piccoli
costruttori ( imprenditori). Basta confrontare i vari annuari pubblicati
dalle due grandi riviste del settore, Audio Rewiew e Suono: prendete quelli
del 1990 e gli ultimi usciti e scoprirete subito" che i piccoli marchi
made in Italy di alta fedeltà più o meno esoterica sono diventati
parecchie decine, mentre prima bastavano k dita due mani per elencarli tutti.
D'altra parte, altri autocostruttori, constatata la grande facilità
con la quale si riesce a realizzare e a far funzionare un qualche apparato
a valvole, si sono lanciati qua e là, a sprazzi, in attività underground,
senza grandi cognizioni tecniche alle spalle, ma affascinati dal fatto che quando
hanno pigiato la levetta dell' accensione la musica ha cominciato a uscire
dai diffusori. Siccome quattro valvole messe insieme scopiazzando
da qualche rivista (Audion inclusa) funziona ovviamente meglio di qualsiasi
"compattone" di Taiwan, a costoro è forse parso di aver scovato,
essi soltanto, il segreto del buon suono a due lire. Sono i costruttori
"funghi" che mandano in bestiail nostro Bartolomeone nazionale.
Aloia non ha poi tutti i torti. Anche se, a nostro avviso, in tutto questo non
ci sia in fondo nulla di male. Il guaio è che non ci possono essere più
costruttori che utenti, anche se, oggettivamente, il rapporto qualità
prezzo dei prodotti commerciali è per forza molto inferiore a quello
degli apparecchi costruiti la domenica pomeriggio o fatti fare su misura
dal vicino di casa. Ammesso che il progetto utilizzato dall' autocostruttore
sia valido, è ovvio che esso costi meno e suoni meglio di un analogo
prodotto commerciale. Autocostruzione significa risparmiare su i costi
di progettazione, di ingegnerizzazione, di organizzazione produttiva, sulla
mano d'opera, la pubblicità, la distribuzione commerciale, 1'assistenza.
Nessuna sorpresa se una coppia di finali che in negozio costano 15 milioni,
realizzati in casa, con componenti migliori, ne costi soltanto 3 o 4. D'altra
parte, per un produttore industriale, anche se piccolo, governare la complessità
del processo produttivo non è facile ed è facile vedere come
per rientrare nei costi previsti si debbano limare dettagli anche infimi,
togliendo una resistenza in un punto del circuito o rinunciando ai gommini
sotto il trasformatore. Ecco: se l'autocostruttore evoluto diventa costruttore,
alla fine dovrà sottostare alle stesse leggi e regole del mercato
ufficiale. Se produrrà oggetti di altissima qualità, dovrà
farli pagare così cari da restare fuori dal mercato; se sceglierà
la via del basso costo sarà travolto da una con correnza che,
per poche lire in più, offre un marchio, un eventuale mercato dell'usato,
assistenza.
Ma torniamo all' autocostruzio ne vera e propria. L'offerta di componentistica
attiva e passiva è cresciuta enormemente. Prendiamo il caso delle valvole
e dei trasformatori d'uscita. Dieci anni fa erano cose da clandestini o
da collezionisti. Oggi, soltanto in Italia ci sono almeno sei o sette costruttori
di trasformatori d'uscita, ai quali si aggiunge una pletora di artigiani
piùo meno capaci. Molte industrie hanno ripreso a fabbricare valvole
a pieno regime, perfino la mitica Western Electric ha rimesso in funzione
i macchinari e ha preso a sfornare 300B in quantità. Cinesi e russi
macinano EL34 e 6922, 6550 e 2A3 come fossero merendine per bambini, assicurando
ormai standard qualitativi molto alti, in certi casi analoghi a quelli garantiti
dalle produzioni "doc" degli anni Cinquanta e Sessanta.
L'assurdo sta nel fatto che in Italia, negli anni d:oro dell' alta fedeltà
valvolare, fino alla fine degli anni Sessanta, non esisteva affatto una così
vasta offerta di prodotti di qualità. Eravamo, e forse siamo ancora,
un po' indietro: gli inglesi, ad esempio, avevano Quad, Rogers, Radford, Leak;
noi ce la dovevamo cavare con i Geloso. Nacque, in quegli anni, anche
una seria rivista di alta .fedeltà, pubblicata dalle Edizioni del Rostro.
Parlava di tecnica e di autocostruzione, ma non ebbe fortuna: il mercato italiano
era troppo gracile per rispondere positivamente ad una simile iniziativa.
Sono cambiate oggi le condizioni? In parte, sì. Gli appassionati
della buona musica (anzi: della buona riproduzione musicale) sono oggi
più numerosi che in passato. Ma questo non basta a dare fondamento
ad un mercato stabile. Costruendo con le proprie mani un apparecchio
si risparmi~o molti soldi, certo, ma se ne spendono comunque molti
più di quanti molte persone vorrebbero. Dev'essere quest' aria di crisi,
di manovre e manovrine, di tasse e sovrattasse. Sta di fatto che oggi ben pochi
sono disposti a spendere qualche milione per costruire dei buoni apparecchi.
E magari si rifugiano in soluzioni a bassissimo costo, che, francamente, non
sempre danno i risultati sperati e suonano certamente meglio di molti buoni
prodotti commerciali. La sproporzione tra costo dell' autocostruito e dei
prodotti commerciali infatti non è lineare: un prodotto commerciale
da 20 milioni, fatto in casa ne può costare 5 o 6; uno da 5 milioni,
ne costa almeno 2; uno da un milione soltanto, se fatto in casa rischia
di costare 999 mila lire. E poi: che senso ha impegnarsi nell' autocostruzione
per realizzare apparecchi di qualità appena sufficiente?
Che cosa possiamo fare per migliorare questa situazione? E' un compito
difficile, che vede oggi impegnate riviste come la nostra e le altre dedicate
alI'autocostruzione e all'alta fedeltà. Forse, in passato, si è
cercato più di falciare che di nutrire un praticello d' erbetta
appena spuntata. Spesso abbiamo la soddisfazione di vedere la gioia con
la quale nuovi lettori si avvicinano all'autocostruzione e, superata la tanta
confusione che regna in questo campo, si buttano nell'avventura, saldatore
alla mano, e ne escono felici. La soddisfazione di ascoltare un lettore
che dopo qualche tribolazione dichiara che quel che ha finalmente saputo costruire
suona magnificamente bene è davvero impagabile. Ne siamo felici,
perché significa che uno in più ha capito e toccato con mano che
1'autocostruzione non è un modo per risparmiare denari, ma
una maniera per ascoltare meglio la musica meglio, nel modo che si desidera
e non in quello imposto dal mercato dell'elettronica di consumo (compresa
quella cosiddetta high-end).
E' anche con queste piccole soddisfazioni che ci rimbocchiamo le maniche e andiamo
avanti, continuando a pensare ai lettori